UN NUOVO RISVEGLIO

Non vorrei essere Bach, Mozart, Tolstoj, Joe Hill, Gertrude Stein o James Dean; sono tutti morti. I grandi libri sono stati scritti. I grandi detti sono stati pronunciati. Voglio solo mostrarvi un’immagine di quello che succede qui qualche volta, anche se io stesso non capisco bene cosa stia succedendo
Bob Dylan

D’altra parte anche le fantastiche montagne senza gli uomini, grandi o piccoli che siano, rimangono mute, inerti, senza senso. Ecco, sono proprio loro, gli uomini, con la loro umanità a dare un’anima ai vertici emergenti di roccia e ghiaccio su quali rincorrere i propri sogni.
Armando Aste

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Sono bastati un bicchiere di Genepì e la simpatia di Marco Blatto a dirottare la mia attenzione verso Gian Piero Motti. Non è che il personaggio mi fosse sconosciuto ma fino ad ora, nessuna scintilla aveva risvegliato in me la voglia di leggere i suoi scritti, che sono in parte, un manifesto del “Nuovo Mattino”.
Ed è così che anziché sfogliare il libro presente al terzo ripiano della mia libreria, decido di far impazzire un simpatico bibliotecario nella ricerca di qualche vecchio numero della Rivista della Montagna, ormai coperto da uno strato di polvere. Quello che mi capita tra le mani è uno dei suoi scritti più importanti: “L’ultima avventura” è una sorta di testamento spirituale. Resto intrappolato dalla lettura al punto di non accorgermi che le lancette dell’orologio hanno segnato l’inizio di un nuovo giorno. E’ con la frase “Io vorrei solamente un alpinismo più umano” che i miei occhi finalmente si chiudono.
Da qualche tempo cerco un significato più ‘intimo’ alla parola “alpinismo”. Non basta la definizione del dizionario Zanichelli; non si tratta solamente di salire cime in ambienti talvolta sconvenienti. Esiste un significato più profondo dietro quelle nove lettere perfettamente allineate.
Esplorazione, Amicizia e Divulgazione. Con queste tre semplici parole Diego Filippi riassume le sue scelte e il suo percorso verticale. ‘Esplorare’ è sinonimo di scoprire ma è al tempo stesso è la capacità di avere occhi sempre diversi ogni qualvolta si guardi una parete o si riempia lo zaino di moschettoni e corde. ‘Amicizia’ è la parola d’ordine per indossare un’imbraco. ‘Divulgazione’ è il dovere di lasciare la propria traccia, magari tralasciando difficoltà e chiodature, e dando spazio a emozioni e sensazioni.

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E’ l’ennesima salita alla Pietra di Bismantova a rimarcare il significato del mio “alpinismo”. La linea corre verticale pochi metri a destra della classicissima Oppio, ma sino a oggi non molte persone l’hanno salita.
Le informazioni in nostro possesso sono povere e incomplete ma conosciamo l’alfabeto di Giancarlo Zuffa e raggiungiamo l’attacco con zaini pesanti. Questo posto è sempre affascinante; le linee che percorrono questa parete salgono a goccia d’acqua verso il nulla.
Con passo lento e sicuro Diego inizia la salita piantando diversi chiodi che poi lasceremo. Forse un giorno ci sarà qualcuno che verrà fin qua per alzare il naso: qui tutto è stupore e meraviglia.
Nel progredire qualche antico chiodo riaffiora e senza fatica resta tra le mani di chi li accarezza. La roccia è insicura e una buona dose di sangue freddo è fondamentale per respirare.

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La seconda lunghezza è notevolmente più impegnativa e dei vecchi cunei di compensato dall’aspetto poco rassicurante sono la fotografia di una pagina importante di questo luogo.
La parete ci terrà prigionieri per otto lunghe ore nonostante le poche lunghezze di corda. La soddisfazione è notevole quando con Diego e Alessandro raggiungiamo la soffice sommità.
Liberati dai chiodi, dal martello, dai friend e da altre diavolerie, sdraiati, guardiamo il cielo e le nuvole.
Un’aria calda sfiora le nostre facce mentre il sentiero ci riporta all’8 marzo del 1969 e ai volti di Giancarlo Zuffa e Nino Lenzi.
“Senza il ricordo e senza storia non si vive, si abbozza solamente una sorta di sopravvivenza”, con queste parole un amico, che oggi si sporca le mani tra le strade di Cochabamba, chiudeva una sua lettera. La voglia di conoscere Giancarlo Zuffa e riportarlo alla Pietra ad arrampicare aumenta notevolmente quando Ginetto Montipò mi confida di aver perso i contatti con lui da circa quarant’anni.
Lanciamo i dadi e prima che smettano di girare ricostruiamo la storica cordata con una ‘passeggiata’ sulla via Pincelli-Brianti in un weekend d’inizio ottobre.
Con l’occasione incontro finalmente anche Marco Barbieri e altri “Alpinisti del Lambrusco”, finalmente sento il loro tono di voce. E’ l’ennesimo regalo che ricevo da queste pareti silenziose che ancora conservano il mistero della scoperta e dell’esplorazione. La salita della Rampa della Sassaia è solo la prima di tante avventure verticali che condivideremo.

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