Venticinque anni dopo…

E’ un radioso pomeriggio di luglio e sono sotto la Grande Parete. Quanti anni, quante storie, quanti ricordi! La muraglia comincia ad illuminarsi e scrosci d’acqua portano giù di tutto. Le rocce alla base sono ancora difese da ripidi coni di neve dura, mentre lassù le grandi fessure, così ridotte, fanno spavento; se continua il caldo, però, fra poco le vie saranno in condizioni buone.

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La prima volta fu la Philipp, il diedro logico e diretto che porta all’intaglio della Punta Tissi. Era l’estate dell’81 e per me e Andrea Marzemin erano le prime salite. Quella via era nei nostri sogni, eravamo sotto il nostro mito: 10 ore, 10 codini e 10 moschettoni, quello era il nostro stile ed arrivati in cima non ci sembrò nemmeno troppo duro. Con la spavalderia dei vent’anni scendemmo quasi al buio la ferrata ed al rifugio ci vantammo, dando giudizi di sufficienza.

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Dieci anni dopo un altro Manrico saliva quel diedro; senza legarsi e senza nessuna intenzione di farlo.

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I tempi erano cambiati: avevo una discreta esperienza sulle spalle, un’accettabile grado in falesia e chilometri di parete nei muscoli e nella testa; mi sentivo benissimo e fu una grande soddisfazione percepirmi un tutt’uno con la roccia.

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Pochi giorni dopo con Alcide Prati fu una fantastica cavalcata salire in una giornata due volte la Grande Parete: prima la Philipp e poi la Solleder. Ricordo quel giorno come uno dei più belli della mia vita: leggeri, allenati e perfettamente in sintonia; amicizia, fiducia, condivisione. In parete si parlava di tutto tranne che di chiodi, soste, rinvii; non un “tira” non un “molla” … tutto perfetto, fluido, naturale.  La montagna era casa nostra, un’amica, una complice, una donna conquistata per amore.

Quindici anni dopo eccomi di nuovo qui, questa volta con cinque Guide Alpine.

Marcello Cominetti deve fotografarmi per la Rivista Alp e sono dell’allegra combriccola Marco Garbin, Alberto Bonafede, Nadia Dimai e Toni Betella. Grande avventura tragicomica con bivacco in parete e… tutto finì a tarallucci e birra al Torrani con discesa in taxi; rientro simpatico e veloce degno solo dei migliori elicotteristi.

Oggi 25 anni dopo, il sole mi scalda, guardo in alto, sogno ancora scrutando le pieghe della parete. Grossi blocchi precipitano dalla Solleder, più in là la ferita della Su Alto è spaventosa, ma il tempo è balsamo.

Fra qualche anno, su quegli strapiombi nuovi, nascerà un’altra via e a quei “gialli” sarà data nuova vita. Da qualche parte qualcosa muore, ma da ciò qualcosa nasce sempre… è solo questione di tempo.

Twenty-five years later

It’s a July afternoon and I am under the northwest face. So many years, so many stories, so many memories! The face begins to glow, and splashing water brings down all kinds of things. The rock at the base is still protected by steep cones of hard snow, while up there the large cracks, diminished like this, are frightening. If it stays warm, though, the routes will be in good condition before long.

The first time was the Philipp, the logical and direct dihedral that leads to Punta Tissi. It was the summer of ’81 and for Andrea Marzemin and me these were first ascents. That route was in our dreams, and we beat the legend: 10 hours, 10 Lanyards and 10 carabiners. That was our style, and reaching the top didn’t even seem too hard. With the self-assuredness of 20-year-olds we went down the ferrata almost in the dark, and at the rifugio we were full of pride, giving ourselves passing grades.

Ten years later a different Manrico climbed that dihedral, without roping up and without any intention of doing so.

Times had changed: I had a decent amount of experience, an acceptable climbing rating, and kilometers of wall climbing in my muscles and brain. I felt great and it was very satisfying to be at one with the rock.

A few days later, with Alcide Prati, we had a great ride, climbing the northwest face twice in one day: first the Philipp and then the Selleder. I remember that day as one of the best days of my life: we were light, in great form and in perfect harmony; friendship, trust, sharing. On the face we talked about everything except bolts, belays, quickdraws; the movements weren’t jerky … everything was perfect, fluid, natural. We felt at home on the mountain; it was a friend, an accomplice, a woman conquered by love.

Fifteen years later, here I am again, this time with five mountain guides. Marcello Cominetti has to photograph me for Alp magazine, and Marco Garbin, Alberto Bonafede, Nadia Dimai and Toni Betella are part of the jovial gang. It is a great tragicomic adventure with a bivouac on the face … but it ended well with beer at rifugio Torrani and a descent by taxi: a nice, fast return worthy of only the best helicopter pilots.

Today, 25 years later, the sun warms me. I look up, and I’m still dreaming, examining the folds in the face. Large blocks fall from Solleder; farther off the wound on the Su Alto is frightening, but time will heal it.

In a few years, on those new cliffs, a new route will be born and the old ones will be given new life. Somewhere something dies, but from it something new always arises … it is only a matter of time.

Experience by Manrico Dell’Agnola and Alcide Prati

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